Le polemicheDopo un articolo di Repubblica già citato in altra parte del blog, venerdì 2 giugno esce L'Espresso (500.000 copie di diffusione!) con un terribile articolo di Enzo Biagi.
Eccolo:
Per quelli della mia generazione che hanno vissuto le leggi razziali volute da Mussolini nel 1938, che hanno visto sparire amici e conoscenti con i quali avevano parlato fino al giorno prima, solo perché erano ebrei, l'Olocausto, che non è uno stato d'animo e neanche un incubo del passato, è sempre presente nella memoria. Anche come senso di colpa. C'è il pensiero, infatti, che per i nostri amici ebrei, si poteva e si doveva fare qualche cosa per impedire la loro deportazione. Ogni giorno succedono fatti che vogliono allontanarci sempre più dallo sterminio, come gli accordi che Silvio Berlusconi aveva fatto, durante la campagna elettorale, con gruppi nazifascisti. Poi quello che è successo a Milano poco prima del voto per il sindaco. Ho sempre avuto la sensazione che la comunità ebraica della città fosse molto unita, invece si è spaccata per colpa di un suo rappresentante, Andrea Jarach, fratello dell'editore che si occupa di Shoah, che in lista per il centrodestra con Letizia Moratti, ha accettato di fare un'alleanza elettorale con i neofascisti della Fiamma Tricolore. Un altro candidato, il bravo attore e musicista Moni Ovadia, che ha scelto il centrosinistra con Ferrante, si è sfogato dicendo: "Sono esterrefatto che un ebreo possa sedere con un fronte alleato con i neofascisti. Nella sinistra possono esserci tante magagne, ma non mi dimentico chi stava con noi quando venivamo deportati nei lager". Poi ha aggiunto: "C'è un confine invalicabile e questo è il fascismo". Condivido. Jarach a sua volta si è così difeso: "Anche a me quella alleanza fa orrore, ma Letizia Moratti ha ribadito che l'antifascismo è un suo valore". Come dire, "fai quel che dico e non fare quel che faccio". Dunque, mentre a Milano un ebreo va a braccetto con i neofascisti, in Germania, un uomo, ormai cinquantenne, dal cognome ingombrante, Göring, sta tentando di diventare ebreo e di andare a vivere in Israele. Il suo nome è Matthias Göring ed è parente di quell'Hermann Göring, amico di Hitler e vice Führer, che fu l'organizzatore della Gestapo e, dal gennaio 1939, "nominalmente responsabile dell'indirizzo antisemita". Prima creò l'ufficio centrale per l'emigrazione ebraica, poi diede ordine a Reinhard Heydrich di occuparsi della "soluzione finale della questione ebraica nella sfera di influenza tedesca in Europa". Il feldmaresciallo del Reich morì suicida durante il processo di Norimberga.La volontà di Matthias Göring di convertirsi all'ebraismo ha fatto naturalmente notizia: c'è chi ha definito questa sua passione semita 'stravagante', perché fino a qualche tempo fa era noto il suo 'disprezzo verso gli ebrei'. Gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza per lui furono molto difficili, trascorsi in assoluta povertà con genitori che gli spiegavano che "gli ebrei avevano preso tutti i loro soldi e per loro erano all'origine di tutti i guai. Gli ebrei erano la causa di ciò che non potevamo permetterci". Durante una intervista al settimanale tedesco 'Der Spiegel', Göring, ha raccontato che lui e la sua famiglia erano disprezzati ed emarginati: "Quando andavo a scuola il nome Göring ha sempre significato insulti e umiliazione". Per Matthias sono occorsi più di quarant'anni per liberarsi dalla maledizione del parente nazista e ha dovuto trasferirsi in Svizzera per avere un po' di serenità. Sempre nell'intervista racconta che nel 2002 ha avuto una visione: "Dio mi ha detto che dovevo difendere le porte di Gerusalemme. Da quel momento ho capito cosa dovevo fare". La famiglia non ha accettato la sua scelta: "Pensano che io sia impazzito. Io credo che quello che mi è accaduto sia molto importante. Io non mi sento colpevole per l'Olocausto, ma una colpa spirituale esiste nella mia famiglia e nella Germania. È nostra responsabilità ammetterlo apertamente".Leggendo le parole di Matthias Göring e pensando a quanto può essere stata travagliata la decisione di diventare ebreo, di assumersi una colpa che evidentemente non gli appartiene, mi torna in mente l'altro, Andrea Jarach, quello che è ebreo per nascita, per famiglia, che avrà di sicuro nei cassetti foto di parenti uccisi ad Auschwitz, Dachau, Buchenwald o Mauthausen. Non posso capire e non voglio nemmeno fare la fatica di capire.In data 9 giugno alle 11,17 deposito alla cancelleria del Tribunale di Milano una querela per diffamazione aggravata a mezzo stampa!Sono passati 10 giorni senza cenni di vita da parte del decano dei giornalisti italiani, nè da parte del direttore dell'Espresso, Daniela Hamaui, nè da parte dell'editore.Ecco una mia lettera a chi mi fa notare che la querela è troppo:“Quando il saggio indica la luna con il dito il semplice guarda la punta del dito”
La saggezza popolare cinese in questo efficacissimo detto mostra l’errore che molti osservatori di sinistra stanno commettendo nell’esaminare il caso che, mio malgrado, mi oppone a Enzo Biagi onnipotente guru della cultura italiana.
Il fatto stesso che a dieci giorni dall’uscita del giornale né Biagi, né il direttore dell’Espresso Daniela Hamoui, né un rappresentante dell’editore abbiano sentito la necessità professionale ed umana di cercare di rimediare ad un gravissimo errore, la dice lunga sull’atteggiamento di questo sistema mediatico.
La difesa che è scoppiata spontanea nei confronti di Andrea Jarach (uomo) è la luna, il fatto che Andrea Jarach fosse candidato con la Lista Moratti è il dito.
Ben lungi da me voler attaccare Enzo Biagi, o Moni Ovadia (infatti non lo feci quando proprio lui dichiarò che la mia candidatura era uno sputo sulla Shoah), o chicchessia per una legittima critica politica, ci mancherebbe altro, ma Biagi dall’alto di non si capisce quale autorità morale (anche visti i suoi passati giornalistici del 1941, secondo il libro I Redenti (Corbaccio editore)), non critica Andrea Jarach, candidato e quindi personaggio pubblico, ma un fantasioso Andrea Jarach che esiste solo nella sua testa e nell’errore grave di qualche suo redattore. Un supposto fratello di un editore sulla Shoah (quando l’editore sono io), che ha spaccato la comunità ebraica milanese (falso), sulla base di una sua scelta di alleanza con i fascisti (falso), infangando la Memoria della Shoah (diffamante in modo grave e spiegherò perché).
Nel dire questo Biagi usa toni velenosi e ripete tante volte il mio nome, quello del rinnegato, del mostro da additare al disprezzo anche per comparazione con un ebreo buono, Moni Ovadia, e uno in fieri che rappresenta “la notizia” in termini giornalistici: un nipote del gerarca nazista Goring che vuole diventare ebreo dopo essere stato antisemita.
Cari lettori, caro Davide, qui non posso starci, qui non è critica politica, dura per quanto si voglia, qui è diffamazione bella e buona, nella sostanza e nello stile “mentre in Germania un nazista diventa ebreo, in Italia un ebreo va a braccetto con fascisti”
Ma siamo matti? Io a braccetto ci vado politicamente con Letizia Moratti, figlia di un partigiano deportato a Dachau, perché è una liberale come me e una donna di onore che si è impegnata davanti alle tv a sorvegliare il fermo antifascismo della sua giunta, mentre a livello personale a braccetto ci vado con la mia famiglia, con qualche amico, e al massimo con qualche mio amico rabbino.
Ma vorrei spiegare, ai pochi che non hanno capito, la sostanza della diffamazione (grave, gravissima): io dedico da 20 anni il mio lavoro e il mio tempo libero alla memoria della Shoah e alla lotta al pregiudizio, ho rapporti con Istituzioni di tutto il mondo e dappertutto in Italia, sono il presidente di molte associazioni tra cui spicca quella degli amici di Yad Vashem, il memoriale dell’Olocausto di Gerusalemme, sto producendo un film sul messaggio di Anna Frank con il coinvolgimento delle massime autorità mondiali sulla Shoah e sulla lotta al pregiudizio (questo film è prodotto con tecniche innovative tutte italiane che daranno lustro all’Italia, e cinquanta artisti provenienti da ogni parte del mondo), ho mobilitato capitali da investitori e istituzioni per molti milioni di euro, tutto basato sulla rispettabilità della mia figura e sul mio ineccepibile curriculum morale e politico. Che reazione potrebbero avere i miei interlocutori di fronte a uno che viene accusato di contiguità con i nazi fascisti.
Ed ecco che arriva Enzo Biagi, il più seguito opinionista italiano, il quale scambiando anche persona con una figura inesistente (il fratello…), spara a mezzo stampa con un bazooka contro di me. Contro un cittadino, inerme (e non dalla gazzetta del quartiere, ma dall’Espresso con le sue 500.000 copie diffuse e i milioni di lettori secondo le fonti ADS, Accertamento diffusione stampa e le indagini sul lettorato dei giornali).
Non c’è da stupirsi ma da rallegrarsi democraticamente che ci sia una insurrezione “popolare” contro l’anziano giornalista che riunifica sotto il suo potere le due corrazzate della informazione italiana (Corriere della Sera alla domenica, L’Espresso (dello stesso editore de La Repubblica) il giovedì) se questo anziano giornalista sferra a mezzo stampa un attacco diffamatorio contro un serio professionista, per di più in quanto ebreo (dimostrando così un riflusso di pregiudizio che potrebbe essere spunto di ulteriore dibattito). Secondo lui censurabili anche il 52% dei cittadini milanesi che ha seguito la proposta di Letizia Moratti? Perché solo io in quanto ebreo?
E consentitemi in chiusura: la nota di Biagi termina “non capisco e non voglio capire (rivolto a me sottinteso come un ebreo possa abbassarsi a tanto)”.
Ma che giornalista è uno che non vuole capire? Suggerisco all’editore dell’Espresso di regalare al dottor Biagi una connessione ad internet, su Google trova più di 12.000 citazioni che mi riguardano in 0,05 secondi!
Ed ecco la lettera di solidarietà che circola da mercoledì e che ha già raccolto all'ora in cui scrivo più di 800 firme:
Come credo sappiate già tutti, sull’ultimo numero de L’’Espresso, Enzo Biagi ha scritto un articolo vergognoso nel quale accusa Andrea Jarach di andare a braccetto con i neofascisti di Fiamma Tricolore. Andrea si è già mosso e ha sporto querela all’Espresso e allo stesso Biagi, ma credo sia importante far sentire anche la nostra voce.
Allego l’articolo per chi non l’avesse ancora letto, mentre ciccando su
http://212.31.250.14/LetteraAperta/Php/index.php potete trovare la lettera aperta indirizzata a Biagi e all’Espresso.
Chi vuole aderire deve semplicemente scrivere il proprio nome e cognome dove indicato. Un contatore aggiornerà il numero di firme dopo ogni nuovo inserimento.
Inoltrate il più possibile questa email. Nei prossimi gironi sarà mia cura inviare a Biagi e all’Espresso la lettera con le firme (spero tantissime).
Grazie,
Daniele Misrachi
eccola:
LETTERA APERTA A ENZO BIAGI E ALLA DIREZIONE DE L'ESPRESSO
“ Je n'ai qu'une passion, celle de la lumière, au nom de l'humanité qui a tant souffert et qui a droit au bonheur. J'accuse!” Emile Zolà.
Oltre cent'anni fa queste parole costarono ad Emile Zolà un anno di carcere. Facevano parte di un articolo che divise l'opinione pubblica francese nell'appello coraggioso che lo scrittore rivolgeva alla ragione e alla giustizia, in difesa di un ufficiale francese accusato di alto tradimento al posto del vero colpevole. Solo perché ebreo e quindi perfettamente “idoneo” ad essere accusato di doppio-giochismo e di amoralità in una società tentata dal facile capro espiatorio. Ci vollero anni, prima che la prorompente verità venisse a galla, anni durante i quali Dreyfus fu trascinato nella polvere, degradato, allontanato dalla società civile e condannato alla prigionia.
Un caso d'antisemitismo, l'Affaire Dreyfus, divenuto tristemente Storia e oggi studiato come tale.
Sicuramente il Dottor Biagi conosce bene quelle pagine così vibranti. Perché studioso della Storia e perchè da sempre impegnato a schierarsi dalla parte della verità. Ma forse ne abbiamo sovrastimato la forza. Anche lui dopotutto è un uomo, che dopo tanto stare sulle barricate ha ceduto alla tentazione di usare un capro espiatorio per sfogare il rancore che lo rode e lo attanaglia in questa fase della vita.
Per questo forse non dovrebbe stupirci più di tanto il suo editoriale sul numero de L'Espresso attualmente in edicola.
Un editoriale che invece di far giustamente riflettere sui rischi e sulle assurde commistioni elettorali a cui può essere chiamato un qualsiasi cittadino italiano che oggi voglia dedicarsi alla politica, infanga con mezzucci di dozzina e dall'alto di non si sa bene quale mandato morale il buon nome di un suo concittadino, chiamato in causa non in quanto tale, ma in quanto ebreo! Che caduta di stile, che vergogna.
Nel suo volersi ergere a salomonico giudice, caro Biagi, si è reso conto di aver concentrato in una sola pagina quanto di peggio potesse partorire il più antisemita degli opinionisti? Come ha potuto cadere in un tranello così evidente? Proprio lei?
Guardi, gli ingredienti del libello antisemita ci sono tutti:
prima l'autoriferimento liberatorio nel potersi dichiarare vecchio e puro antifascista che tanto ha avuto e sempre avrà a cuore gli ebrei perseguitati e periti nell'Olocausto. Quindi, sempre da grande e saggio conoscitore della “proverbiale” unità della Comunità ebraica della città, ecco il primo attacco all'ebreo “cattivo” che l'ha spaccata, perché “ha accettato di fare un'alleanza elettorale con i neofascisti della Fiamma Tricolore . Lo cita per nome e cognome, anche se fa confusione con il fratello, ne dichiara la professione…Insomma comincia ad evocare il “male” in carne ed ossa.
Dopo il “cattivo ebreo” mette in scena l'antagonista positivo, quello pescato dallo stesso bacino di utenza, dalla stessa Comunità. E' “l'ebreo buono e bravo”, quello che sta dalla parte giusta, con la sinistra e con Ferrante, quello che come ogni figlio prediletto si chiama con nome e cognome, Moni Ovadia, in segno di deferente stima e che a buon diritto può tuonare, da lei ovviamente sostenuto, come un novello Gesù nel Tempio, contro i profanatori dell'antifascismo.
Ma eccoci al clou, all'ebreo in fieri , all'agnello che toglierà i peccati del Mondo, al parente di uno dei più abominevoli nazisti compari di Hitler, che prende su di sé per chiamata divina una colpa “che evidentemente non gli appartiene”. Che colpo da maestro, il seguito: “pensando a quanto può essere stata travagliata la sua decisione di diventare ebreo” - ecco arriva l'affondo da gran teatro, con deliberato studio nel ripeterne nome e cognome con il disprezzo dovuto a tanta feccia e in chiusura di articolo, così che si imprima indelebilmente nella memoria del lettore- “mi torna in mente l'altro, Andrea Jarach , quello che è ebreo per nascita, per famiglia, che avrà di sicuro nei cassetti foto di parenti uccisi ad Auschwitz, Dachau, Buchenwald o Mauthausen.”
Già così, il suo articolo avrebbe potuto far impallidire d'invidia anche le più abili penne che si dedicano con fervore a denigrare gli ebrei.
Ma l'ultima frase, quella sigilla proprio il giudizio finale, la condanna inappellabile del Giusto “sopra” le Nazioni: “Non posso capire e non voglio nemmeno fare la fatica di capire”.
Bravo, così l' “ebreo”, quello di cui non ti puoi fidare, è di nuovo fra noi.
Ma noi, Dottor Biagi, lo conosciamo davvero Andrea Jarach e sappiamo che tutto ciò che ha scritto su di lui è pura menzogna. Lui è l'editore che si occupa di Shoah. Proprio lui si è dedicato con slancio sincero e instancabilmente per la difesa della Memoria, in tutti i modi possibili e con tutte le maggiori istituzioni ebraiche e non. Noi lo conosciamo e noi lo stimiamo. La sua scelta politica non è stata diversa da quella di più della metà dei cittadini di Milano e di quasi la metà esatta degli italiani, cosa sulla quale lei può esprimere tutta la riprovazione che vuole. Ma non perché Andrea Jarach è ebreo.
Ci dica Dottor Biagi che questo è solo un brutto incubo, che lei non è obnubilato dalla demagogia e dagli stereotipi. Ci dimostri che esiste l'onestà intellettuale e che un uomo della sua levatura morale è capace di riconoscere di aver sbagliato, di essersi lasciato prendere la mano, di aver assemblato male i pezzi del puzzle che la redazione le ha fornito. Ciò che leggiamo a sua firma non solo non le fa onore, ma rischia di trascinarla nello stesso fango con il quale ha cercato di imbrattare la figura di Andrea Jarach.
831 firme alle 3,00 di domenica mattina
Link: a questo link si trovano in archivio molte delle lettere inviate dai lettori dell'Espresso indignati dell'attacco incredibile di Enzo Biagi
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